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Capitolo Undici. I sospetti della ragione.

La  filosofia  moderna  cresce con grande  rapidit  attraverso  il
continuo dibattito che si svolge al suo interno e che spesso assume
le  caratteristiche  della polemica molto  aspra  e  del  conflitto
personale. Alla fine del Seicento sembrano essersi delineate - come
abbiamo   visto   -  due  correnti  distinte,  il  razionalismo   e
l'empirismo,   divise  profondamente  sul  modo  di  intendere   la
conoscenza,  ma  accomunate dalla certezza  dell'esistenza  di  una
realt  oggettiva  che  deve e pu essere, in  tutto  o  in  parte,
conosciuta.
     Anche  Leibniz, che individua nella monade, liberata  da  ogni
rapporto con l'esterno, la fonte di ogni conoscenza, ammette  senza
dubbio l'esistenza di una realt, costituita dalle infinite monadi,
esterna  al  soggetto  che  conosce e coincidente  esattamente  con
quanto  il  soggetto conosce, cio con l'appercezione  di  ciascuna
monade.
     L'empirismo  inglese, pur ammettendo che la  conoscenza    un
fatto   relativo  alle  idee,  cio  a  segni  posti   in   maniera
convenzionale dagli uomini, insiste sulla realt degli oggetti  che
hanno  prodotto  le  sensazioni  e  indotto  a  porre  quei  segni.
L'esistenza  di  un  segno,  cio di un  nome,  all'interno  di  un
linguaggio    convenzionale,   non       assolutamente    garanzia
dell'esistenza reale dell'oggetto cui quel segno si riferisce, ma 
la  prova che in un determinato momento quell'oggetto  esistito ed
  stato occasione di un'esperienza sensibile in base alla quale il
soggetto ha formato una idea e le ha dato un nome.
     Il  dubbio  metodico di Descartes, proprio perch  "metodico",
non    mai stato realmente un dubbio sull'esistenza di una  realt
esterna  al  soggetto,  ma uno strumento per fondare  razionalmente
(dimostrare) la certezza di quella esistenza.
     Lo  sviluppo  della  nuova fisica, o  filosofia  naturale,  da
Copernico  a  Galileo  a  Newton,  si  basa  sulla  convinzione  di
trattare,  cio  di  analizzare e conoscere,  oggetti  reali  e  di
poterli,  secondo  le  indicazioni di Francis Bacon,  modificare  a
vantaggio dell'uomo.
     Ma,  gi dalla nascita, la scienza moderna ha incontrato sulla
sua  strada chi ha dubitato della sua possibilit di descrivere  la
realt:   il   cardinale  Bellarmino  e  Andreas   Osiander   erano
sostenitori  convinti del carattere ipotetico  delle  nuove  teorie
scientifiche.  Contro la loro posizione si sono  irrigiditi  Bruno,
Galileo e Newton ("non immagino e non costruisco ipotesi"(1)).
     Osiander  e Bellarmino non mettevano in dubbio l'esistenza  di
una  realt  oggettiva,  ma  solo la possibilit  di  conoscerla  e
descriverla attraverso gli strumenti della scienza.
     
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     L'elaborazione  del sistema di Leibniz, con  la  riduzione  di
tutta  la  realt  allo spirito, sembra proporre una  soluzione  in
campo  razionalistico, per cui la realt esterna  al  soggetto  non
influisce  nel processo conoscitivo, non  causa della  conoscenza,
ma  esiste  indubitabilmente in quanto creata da un Dio  della  cui
esistenza  e  infinita bont siamo assolutamente certi:  il  sapere
scientifico,  manifestazione  dell'appetizione  della  monade  alla
consapevolezza, prodotto dell'attivit del soggetto, coincide,  nel
progetto divino dell'armonia prestabilita, con la descrizione della
realt esterna e oggettiva.
     Le  considerazioni di Leibniz trovano uno sviluppo, fino  alle
estreme   conseguenze,  nel  campo  dell'empirismo,   grazie   alla
riflessione di un vescovo irlandese, George Berkeley.
